NELLA TERRA DI LEDESMA L'ITALIANO DI PATAGONIA

(fonte: F.Patania/Corriere dello Sport)


La spiaggia è profonda. Si accorcia di notte, seguendo il flusso dell'alta marea, e si allunga di giorno, quando il sole scal­da la sabbia e l'oceano si ritira, formando un terreno soffice ma compatto. L'ideale per consentire ai bambini di giocare a cal­cio e divertirsi, guardando le balene al­l'orizzonte. Uno spettacolo della natura, che si rinnova ogni anno: da giugno a di­cembre, arrivano a centinaia nelle acque del Golfo Nuevo per riprodursi. Puerto Madryn, regione del Chubut, dove inizia l'Argentina più bella, 1300 chilometri a sud di Buenos Aires. E' la Patagonia di Cri­stian Ledesma, cresciuto qui, dove il ven­to soffia impetuoso e diventa freddissimo in pieno inverno. Ora è appena iniziato un autunno dolcissimo, il termometro segna più di 25 gradi e qualche coraggioso riesce a concedersi un rapidissimo bagno. Ma so­no pochi. Le escursioni termiche sono da brividi, i negozi sul lungomare vendono mute da sub, ma anche cappelli, maglioni di lana, pile e attrezzatura da montagna. El Calafate e i ghiacciai del Perito Moreno non sono lontanissimi. "Ascoltavo spesso correndo dietro al pallone quel vento e quel freddo che ti toglie il fiato e me li sono portati dietro per sempre"  racconta il centrocampista della Lazio nella sua biogra­fia. Papà Miguel sorride, ripensando all'infanzia del piccolo Cristian. "Da bam­bino era terribile. Andava ogni giorno a giocare a pallone sulla spiag­gia e faceva disperare mia moglie Norma. Gli diceva di portarsi dietro una maglietta e di cambiarsi, dopo aver finito, per non prendere freddo. Lui tornava a casa suda­to e con la stessa maglietta con cui era uscito. Ogni volta la stessa storia, non c'era niente da fare, Cristian è sempre sta­to così".
 

SOGNO - Gente umile, ma tosta, tutta d'un pezzo, che si è fatta da sola attraverso il sacrificio. "Arrivai qui nel 1986, Cristian aveva quattro anni e Puerto Madryn era un paese di quattromila abi­tanti. Ora ce ne sono quasi centomila, è diventata una città". Miguel Ledesma oggi ha 59 anni, lo sguardo buono e sereno di un uomo che ha costruito una bellissima fa­miglia ed è riuscito a riprendersi qualcosa che la vita in precedenza gli aveva negato. Viveva nel quartiere Moron di una Buenos Aires senza lavoro e che stava uscendo dagli anni di piombo della repres­sione militare. Scelse la tranquillità della Patagonia, una casa di una sola stanza (poi diventate cinque, aggiungendo mattone su mattone) e un lavoro che lo costringeva a stare dodici ore al giorno davanti a un computer per tirare su nove figli. Cristian, che l'ha sempre considerato il suo mito, era il penultimo. "E io non ho parole per ringraziarlo, perché mi ha permesso di realizzare due sogni. Mi ha comprato una casa nuova, dove oggi viviamo, e mi ha consentito di lasciare la ditta per cui lavo­ravo" . S'emoziona parlandone, quasi gli scappa una lacrima. Oggi Miguel aiuta la moglie Norma. Gestiscono un mini-market sul lungomare di Puerto Madryn, non di­stante da casa.

INNO - Quasi tutta la famiglia è qui, solo Ja­vier ha seguito Cristian, si è sposato con una ragazza italiana e ha aperto un ristorante vicino a Lecce. Nel negozio dei Lede­sma c'è anche Florentia, la sorella più pic­cola (le altre sono Maria Fernanda, Maria Gabriel, Natalia e Paola, i due fratelli si chiamano David e Pablo) ma il pensiero corre lontano e riporta ogni volta a Roma."Abbracciatemi Cristian, è qui nel mio cuore" sussurra emozionata mamma Nor­ma. E poi basta aspettare che squilli il telefonino del tifosissimo Miguel.  "Vola, un'aquila nel cielo...". E' l'inno della Lazio, lo accompagna ogni giorno come Skeggia, la piccola mascotte biancoceleste che dondola appesa allo spec­chietto retrovisore della Re­nault Kangoo di papà Lede­sma."Me l'ha regalata Cristian" dice con orgoglio. Non è una fuoriserie, è una macchina da gente normale.E questo, se le sfumature contano, fa già capire molto.

UMILTA'- Ma il racconto fa comprendere anche altro. "Ha preso da me e nella sua vita ci sono sempre stati soltanto due colo­ri, il bianco e il nero. Per Cristian non esi­ste il grigio" .Niente compromessi. E tan­ta, tanta semplicità. "A Cristian, come agli altri miei figli, ho insegnato che l'umiltà è una delle basi della vita. Se sei umile, se sei portato ad aiutare gli altri, quando ca­drai nella polvere ci sarà sempre qualcu­no che verrà ad aiutarti. E oggi io sono or­goglioso della sua carriera, sono fiero di sapere che ha il rispetto e la stima di tan­ti suoi compagni e di vederlo andare in aiuto degli altri".

NIPOTE - Papà Miguel lo ha aiutato a cre­scere anche sul campo. Se ne intende di calcio. Ha giocato nell'Atlanta di Buenos Aires. Era un portiere. "Ma il livello non era lo stesso, terza serie argentina". E' sta­to un maestro severo: "Non gli dicevo mai che aveva giocato bene, anche se a 14 an­ni già faceva parte della prima squadra dell'Alumni. E gli imposi di esercitarsi con il sinistro. Da piccolo tirava e lanciava so­lo con il destro, adesso usa indifferente­mente tutti e due i piedi". Miguel non si perde una partita della Lazio, tutte in rigo­rosa diretta televisiva. "Quando gioca Cri­stian sono molto teso, nervoso. Ma lui, do­po l'ultimo derby con la Roma, mi ha supe­rato. Marta, sua moglie, mi ha raccontato di non averlo mai visto così". Cristian lo aveva tirato su Victor Padin, il suo primo allenatore. Lo scoprì Roberto Toccio, suo primo procuratore. "Lo vide giocare sulla spiaggia con i suoi amici. Cristian si diver­tiva d'estate vincendo tutti i tornei nel tre contro tre". Riuscì a superare Javier, forse più talentuoso. "Io lo consideravo più completo. Giocava in dife­sa, a centrocampo, in attacco. Non ha avu­to però la stessa testa per diventare cal­ciatore. Cristian è nato volante, è sempre stato al centro del gioco". Oggi c'è un altro piccolo Ledesma che promette. Si chiama Matteo, è uno dei nipoti di Cristian, ha un­dici anni e gioca nel vivaio del Deportivo Madryn. Il ruolo? Volante, ovviamente...
 

(Mercoledi, 06 Aprile 2011)
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